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Antropocentrismo E Animali: Ripensare Il Nostro Sguardo

  • Immagine del redattore: Karin Pedrona
    Karin Pedrona
  • 1 feb
  • Tempo di lettura: 4 min


Perché scrivo questo articolo

Scrivo come allevatrice di Disir Nornir, ma soprattutto come persona che vive con i gatti ogni giorno. Non come semplice passione, bensì come responsabilità quotidiana.

Negli anni ho compreso che esiste un problema trasversale, che attraversa tutto il mondo animale e che in allevamento diventa particolarmente evidente: l’antropocentrismo.

Per antropocentrismo intendo un modo di pensare culturale, etico e spesso anche giuridico che mette l’essere umano al centro di tutto. Ogni scelta viene valutata principalmente in base a ciò che serve, piace o conviene a noi.

Non parlo dell’antropocentrismo “da manuale”, quello facile da criticare. Parlo di una forma più sottile, socialmente accettata e spesso persino premiata: quella che si traveste da amore, da estetica, da normalità, da presunto “miglioramento”.

Se vogliamo parlare davvero di etica in allevamento ma non solo dobbiamo partire da qui.

Antropocentrismo: cosa significa davvero (nella pratica)

Molti pensano che antropocentrismo significhi: “gli animali non contano”. In realtà, molto più spesso significa: gli animali contano, ma solo entro il nostro metro umano.

Nel contesto dell’allevamento questo emerge quando:

  • lo standard diventa la misura del valore, e non l’individuo;

  • la domanda di mercato detta tempi, numeri e scelte;

  • l’orgoglio di linea o di affisso rende difficile fermarsi e correggere;

  • la selezione spinge caratteristiche fino al punto in cui corpo o mente iniziano a pagare un prezzo.

La verità è scomoda: anche un allevamento “pulito”, “serio” e regolamentato può essere antropocentrico se l’animale resta un mezzo per un fine umano ; prestigio, risultato, vendita, soddisfazione personale.


“Animali non umani”: una prospettiva che cambia tutto

C’è un punto semplice che vale la pena ricordare: noi siamo animali.

La divisione rigida tra “umani” e “animali” è una costruzione culturale che crea gerarchie comode. In allevamento, queste gerarchie diventano concrete perché siamo noi a decidere:

  • chi riproduce e chi no,

  • con chi,

  • quante volte,

  • in quale ambiente,

  • a chi viene affidato un cucciolo.

Questo potere non è neutro. Il nodo etico non è fingere che non esista , sarebbe ipocrisia , ma trasformarlo: da dominio a responsabilità, da possesso a cura, da progetto a tutela.


Benessere reale: non una checklist, ma la possibilità di essere sé stessi

Si parla sempre più di benessere animale, ma il rischio è ridurlo a un elenco di requisiti:

  • “mangiano bene”,

  • “sono seguiti dal veterinario”,

  • “l’ambiente è pulito”,

  • “faccio socializzazione”.

Tutto fondamentale. Ma non sufficiente.

Il benessere reale comprende anche:

  • stabilità emotiva e riduzione dello stress cronico;

  • gestione corretta della socialità (gatti diversi = bisogni diversi);

  • ambienti che permettano scelta, riposo, sicurezza;

  • rispetto delle caratteristiche comportamentali individuali.

Un gatto può essere sano sulla carta e vivere male nella quotidianità.

Quando accettiamo questo compromesso, il benessere smette di essere un criterio guida e diventa una giustificazione.


Standard e individuo: la domanda che non possiamo più evitare

Amo lo studio della razza, la sua storia, lo standard e l’equilibrio morfologico. Ma ho smesso di credere che lo standard debba essere sempre la priorità assoluta.

La domanda che mi pongo e che vorrei diventasse normale , è :

questa scelta migliora la vita del gatto o migliora solo l’immagine che noi vogliamo vedere?

Quando la selezione produce vulnerabilità fisiche o comportamentali, non stiamo facendo progresso: stiamo progettando fragilità.


Cosa deve cambiare davvero (per tutti, non solo per gli allevatori)


Uscire dall’antropocentrismo non è prima di tutto una questione tecnica.

È una questione mentale e linguistica. Le parole che usiamo creano categorie, aspettative e abitudini.

  • Dal possesso alla responsabilità: non “il mio gatto”, ma “io sono responsabile di lui”. Cambia il baricentro.

  • Dal gatto perfetto al gatto individuo: aspettarsi animali sempre equilibrati, sani al 100%, affettuosi a comando e pronti nei tempi desiderati trasforma un essere vivente in un oggetto.

  • Benessere non è solo comfort: non bastano cibo e cure; contano stress, ambiente, relazioni, possibilità di esprimere comportamenti naturali.

  • Legale non significa giusto: ciò che è normale o consentito non è automaticamente etico.

  • Differenza non è inferiorità: riconoscere le differenze tra specie non deve diventare una scala di valore.

  • Dal consumo all’alleanza: scegliere un animale non è acquistare un’esperienza, ma entrare in una relazione complessa che richiede tempo, adattamento e responsabilità.


Una parola da allevatrice

Nella mia quotidianità con i Norvegesi delle Foreste, tutto questo non è teoria.

È la base di ogni scelta: accoppiamenti, affidi, rinunce, e anche dei “no” detti a richieste che non sento etiche.

Un gatto non è un mezzo, non è un progetto estetico, non è un desiderio da soddisfare. È un individuo, un essere vivente, una responsabilità.


Per approfondire

Consiglio il testo Lineamenti di diritto e diritti degli animali non umani: un manuale interdisciplinare (diritto, etica, filosofia e scienze) che analizza come le normative trattano gli animali e perché il diritto resta spesso antropocentrico.

Il volume propone un cambio di paradigma: riconoscere gli animali come soggetti con interessi meritevoli di tutela, affrontando temi come senzienza, allevamenti, professioni e prospettive future.


 
 
 

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